Esperienza di un “Gruppo Balint” nella scuola di Formazione in Medicina Generale (P. Palumbo)

 

La carenza di formazione del medico alla relazione medico-paziente, l’ ascolto e l’ osservazione riflessiva del paziente, e’ riconosciuta a tutti i livelli, ma manca forse una conoscenza adeguata di tale aspetto da parte delle strutture delegate a formare i medici (Facoltà mediche, Scuole di Specializzazione, Scuole di Formazione in Medicina Generale) e forse anche una carente capacità o possibilità promozionale da parte nostra dei Balintiani.

Dobbiamo in qualche modo entrare negli ultimi anni di Università, nelle scuole di specialità: occorre che i futuri medici capiscano quanto e come le relazioni emotive  influiscano sulle decisioni mediche concrete, soprattutto in periodi in cui i protocolli,le flow charts, le gestioni dei pazienti cronici da parte di “ gestori non ben definiti”  stanno prendendo piede  sacrificando la relazione medico-paziente. Non si può pensare che le emozioni non intervengano nelle decisioni terapeutiche ed e’ molto pericoloso pensare che esse debbano rimanere fuori.  Gli stati emotivi regolano e influenzano anche il medico moderno e supertecnologico che non può applicare rigidamente linee guida ad ogni paziente senza magari neanche vederlo, visitarlo e instaurare con lui una relazione.  Osservazione e ascolto (essenziali in una relazione medico-paziente efficace)  sono strumenti che vengono ignorati dalla formazione attuale Universitaria: si preferisce insegnare tecniche di comunicazione che escludano qualunque implicazione riflessiva o emotiva. Si insegnano procedure standard   che mantenga neutro, uniforme e corretto  il rapporto professionale: si insegna a fare il medico in modo  concettualmente ripetitivo, attraverso l’applicazione di una tecnica  che può essere appresa  senza alcun esercizio critico emotivo-razionale

Bisognerebbe proporre il metodo Balint alle Università e alle Scuole di Specializzazione  per mantenere viva la pratica clinica  che deve conciliare tecnologia, scienza e riflessione emotiva.

Noi ci abbiamo provato. Alla scuola di formazione in medicina generale polo di Monza e polo ospedale San Carlo di Milano ci hanno messo a disposizione quattro ore.  La dottoressa M. Iole Colombini, psicologa, in collaborazione con il dottor Mario Carli  , MMG e con  me abbiamo organizzato una seduta Balint.

Una prima parte ,breve e teorica in cui veniva spiegato chi era Micheal Balint, che cosa lo aveva portato a creare i gruppi Balint, perché i Balint possono essere importanti nella formazione del medico  e  l’importanza di imparare ad utilizzare il medico come farmaco.

I colleghi si erano disposti come normalmente si fa in una lezione frontale, lasciando ben libere le prime file, concentrandosi tutti in fondo: chi giocherellava con il cellulare, qualcuno ascoltava, qualcuno si scambiava forse qualche commento…    Al momento di formare il gruppo nessuno voleva sedersi nel cerchio centrale, abbiamo dovuto insistere parecchio, qualcuno quasi trascinarlo . Mi chiedevo perche’ tanta resistenza: paura di mettersi in gioco? non abitudine a parlare pubblicamente di casi?

Una volta formato il gruppo, dopo il giro di presentazioni, alla domanda di Colombini : “ chi ha un caso da presentare, un caso di un paziente che vi abbia messo in difficoltà o vi abbia…?” i colleghi si sono presentati subito interessati : al San Carlo subito un collega si è proposto, a Monza addirittura  due.  Tutti casi di pratica quotidiana di colleghi che lavorano in Guardia Medica. In particolare un caso di una paziente che chiedeva una trascrizione su ricettario SSN di una prescrizione di specialista privato. Il collega ci ha parlato del  senso di disagio ,  di rabbia e di  frustrazione che aveva provato nel negare tale trascrizione sul ricettario del SSN  perchè non ne condivideva l’appropriatezza e il dosaggio.  Il collega ha descritto ciò che ha provato di fronte alla paziente che “esigeva” la prescrizione. Nel gruppo sono emersi i vari stati animo e ognuno si è immedesimato nelle emozioni del collega, compreso il “conflitto” che spesso il  medico generico prova quando si trova in disaccordo con le prescrizioni specialistiche e che deve gestire con il paziente che “esige “ tali prescrizioni. Questa situazione che può sembrare banale, per noi MMG è molto stressante , spesso ci pone in conflitto con il paziente, il rischio è sempre che si crei un “ braccio di ferro”rovinando l’alleanza terapeutica.  Questa situazione è stata discussa nel gruppo e tutti i colleghi hanno partecipato alla discussione ( compresi quelli che precedentemente giocherellavano con il telefono…) , in modo spontaneo e con idee anche molto diverse fra loro in particolare sulle emozioni che suscita nel medico generalista la prescrizione non condivisa dello specialista e la discussione che ne segue con il paziente.  E’ stata indagata anche la figura della paziente  che “ pretendeva “ la prescrizione, e’ stata indagata la sua rabbia , il suo non riuscire a risolvere “ come voleva lei il suo problema”. Anche in questo caso i colleghi hanno partecipato attivamente alla discussione  cercando di mettersi nei panni della paziente.

Come sempre alla fine di un Gruppo Balint non c’e’ stata una “ soluzione”, ma e’ stata capita e identificata una situazione problematica, sono stati analizzati le emozioni e i sentimenti del medico man mano che si sviluppava il suo rapporto con la paziente, e la risposta  emozionale della paziente stessa.

Dopo il gruppo il collega che aveva portato il caso stava meglio, era meno arrabbiato , era riuscito a parlare delle sue difficoltà, della sua rabbia e della sua frustrazione; aveva ascoltato quali sensazioni avevano provato i colleghi sentendo il racconto e i loro punti di vista. E infine era riuscito anche a identificarsi con la paziente  mettendo a fuoco la sua reazione  , la sua rabbia e la sua frustrazione per non aver risolto il suo problema.

Tutti i colleghi che avevano partecipato al gruppo sembravano soddisfatti e interessati a questo tipo di formazione.

Certo noi abbiamo buttato un piccolo sasso in un grosso stagno, però:

  • Se in un futuro uno dei colleghi che ha partecipato a questa esperienza fosse in difficoltà sa che esistono i Gruppi Balint che potrebbero in qualche modo aiutarlo
  • Bisognerebbe che i futuri medici  negli ultimi anni del loro percorso Universitario, conoscessero l’esistenza di questo metodo che gli permetterebbe di avere  un rapporto con i pazienti tale da essere consapevole del importanza dell’ utilizzo di se stesso come farmaco,  portare il “ Balint”all’ Università  creerebbe una cultura di relazione medico-paziente a più sfaccettature e non solo una modalità di comunicazione: bisogna portare la “ cultura Balint “ all’ interno della formazione medica.
  • speriamo che i direttori delle scuole di formazione per MMG ci mettano a disposizione più ore per poter tenere un gruppo di formazione (magari di un anno!!)
Paola Palumbo
Medico Medicina Generale
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