I Gruppi Balint

I Gruppi Balint (GB) rappresentano una collaudata metodologia di formazione esperienziale di gruppo, creata originariamente dallo psicoanalista Michael Balint (1896-1970) per l’addestramento psicologico dei medici di famiglia presso la Tavistock Clinic di Londra a partire dagli anni ‘40. Questo metodo era centrato sull’indagine della relazione di cura tra medici e pazienti e sull’azione del gruppo come strumento facilitatore del pensiero.

Sono rivolti principalmente a medici di Medicina Generale e Ospedalieri, Infermieri, fisioterapisti, professionisti della salute;

Hanno lo scopo di formare il singolo medico (sono esclusi fini sociali, sindacali, politici diretti, come pure fini di addestramento specialistico in senso stretto);

Si propongono di formare il medico al rapporto con il paziente in modo tale da utilizzare il rapporto stesso come “valido strumento” sia sul piano umano che terapeutico (esclusi fini diretti di addestramento psicologico personale);

Il lavoro viene svolto come lavoro di gruppo centrato sulla presentazione di un caso clinico e sulla sua discussione sotto la guida di un leader;

Il metodo della formazione secondo la discussione nel gruppo Balint viene utilizzato anche per diverse categorie di professionisti con funzione di cura come psicologi, assistenti sociali, insegnanti e genitori;

Per il funzionamento ottimale del gruppo deve essere rispettato il numero tecnico di da 6 a 12 partecipanti;

Ogni gruppo svolge il lavoro in modo autonomo, sotto la guida del leader che deve avere una formazione psicologica specifica.

La formazione proposta ai medici non si basa sulla conoscenza e lo studio di testi tecnici, ma sull’esperienza vissuta nel gruppo e nelle situazioni abituali di rapporto tra medico e paziente;

L’apprendimento è cioè basato sull’esperienza e non solo sulla conoscenza intellettuale.

La preoccupazione fondamentale di Balint era quella di portare il medico a curare non la sola malattia, ma globalmente il paziente, comprendendo meglio le istanze psicologiche che si sviluppano nella relazione terapeutica.

Questo indirizzo ha portato, nella sua realizzazione pratica, alla costituzione dei gruppi Balint che si propongono di arricchire la formazione psicologica dei medici e il loro bagaglio terapeutico attraverso la comprensione delle dinamiche relazionali che emergono nel gruppo e delle dinamiche professionali vissute dagli stessi partecipanti nel loro rapporto con i pazienti.

L’atmosfera di libertà che si crea in un gruppo così modellato è tale da permettere ad ogni membro di esprimere, sull’interazione tra agente di cura e paziente, non solo il proprio parere, ma tutte le impressioni, le aspettative, gli scoraggiamenti, i dubbi ed i timori, senza alcuna preoccupazione nè assillo di giungere a conclusioni ben definite. Si tratta cioè di «creare una atmosfera in cui ognuno possa parlare senza fretta mentre gli altri ascoltano con spirito libero e fluttuante, una atmosfera che permetta certi silenzi e dia ad ognuno il tempo di scoprire ciò che egli intende e vuole veramente dire”.

Il training tramite la partecipazione al GB permette di imparare ad usare un rapporto identificatorio equilibrato e flessibile sia con chi cura che con chi chiede di essere curato. Per Balint tale peculiare modalita’ di approccio consentiva di situare l’aspetto tecnico della malattia in una reciprocità di personalità, in dinamica relazione, non sottovalutando i movimenti inconsci delle persone coinvolte.

Nel Gruppo Balint ci si propone di recuperare la qualità della relazione attraverso il rivelamento dei percorsi e degli intrecci disegnati dalle emozioni che attraversano l’uomo che prende in carico una richiesta di aiuto, attingendo alle risorse personali di empatia e di ascolto. Nel corso della discussione di gruppo può essere ipotizzato e/o riconosciuto dai partecipanti che nella relazione asimmetrica tra chi cura e chi chiede la cura chi è in gioco con il ruolo di curante non è riuscito ad attingere alle proprie risorse per personali aspetti difensivi che lo hanno impedito. In tale senso la formazione continua tramite la partecipazione al gruppo può aiutare l’operatore a modificare il suo approccio con il richiedente cura/aiuto e consente al medico di ampliare i propri strumenti diagnostici e terapeutici, tramite la discussione in gruppo dei casi portati a turno e tratti dal lavoro quotidiano dei singoli medici del gruppo.

Gli obiettivi principali dell’utilizzo del Gruppo Balint come metodo di riflessione sulle modalità di cura:

  • lo sviluppo di una maggiore sensibilità ai bisogni dei pazienti,
  • una maggiore capacità di comprendere e di affrontare le ansie e le difficoltà implicite nella relazione di cura, evitando il ricorso a sistemi difensivi rigidi e immutabili,
  • un aumento del grado di soddisfazione per il proprio lavoro e per la qualità della relazione e delle prestazioni professionali,
  • una più chiara comprensione dei processi organizzativi e delle relazioni di rete che influenzano il lavoro e il clima istituzionale, con conseguente riduzione dei rischi di burnout,
  • lo sviluppo di uno stato mentale di ‘curiosità non giudicante’ riguardo alle richieste e comportamenti dei pazienti

Tale metodo, utilizzato inizialmente per medici di medicina generale, successivamente esteso ad altre categorie di professionisti del mondo della salute, come medici ospedalieri, infermieri, fisioterapisti, studenti in medicina, è stato anche adattato a categorie di assistenti sociali, educatori, psicologi, insegnanti e genitori.

Tale tipo di training si è rivelato di particolare utilità per la formazione alla relazione con l’utente di operatori e dirigenti di strutture residenziali, comunità terapeutiche e presidi riabilitativi.

Si è inoltre rivelato molto utile ad aiutare gli operatori dei diversi servizi ad imparare a relazionarsi tra di loro in un team di lavoro in modo più collaborativo ed efficace.

Il metodo di formazione Balint che aiuta gli operatori a migliorare la relazione coi pazienti e tra di loro appare quindi un valido e reale strumento di prevenzione del burn-out degli operatori.

La formazione col metodo Balint di medici e di altri operatori socio-sanitari si è diffusa in Italia da molti anni e vede la presenza attiva di molti gruppi, anche grazie alla promozione da parte dell’Amigb collegata all’Associazione Balint Internazionale (IBF).

La figura di Michael Balint

 

Balint nasce nel 1886 e vive parte della sua esistenza a Budapest; si laurea in medicina ed è presto conquistato dalla psicoanalisi. A Budapest conobbe Sandor Ferenczi, che già nel 1913 aveva fondato la società psicoanalitica ungherese di cui facevano parte, M. Klein, A. Freud, R. Spitz. Successivamente ne diventarono membri anche M. e E. Balint.

Balint, analizzato da Ferenczi, divenne l’erede e il continuatore del suo pensiero. Svolse un’intensa attività di psicoanalista ed ebbe un ruolo importante nella fondazione del Policlinico Psicoanalitico di Budapest, servizio ambulatoriale, che costituì una delle prime applicazioni del “nuovo” metodo in un contesto sociale ed economico più ampio rispetto all’area elitaria privata sino ad allora vigente. Balint ebbe un’intensa e variegata produzione scientifica: scrisse di teoria, di tecnica e di formazione. Nel 1939, ormai psicoanalista sperimentato e noto per i suoi lavori, fu costretto ad emigrare a Londra, dove visse per il resto della sua vita (1970). Era quella l’epoca delle controversie fra le opposte correnti che ponevano a confronto il pensiero di A. Freud e quello di M. Klein. Balint non scese nell’area delle polemiche e della discordia e si collocò nel “Middle group”, gruppo intermedio fra le due posizioni contrastanti che si definì successivamente come “Gli indipendenti”. Balint darà il suo contributo originale e pioneristico nel campo della formazione dei medici, approfondendo l’aspetto psicologico della pratica medica tramite gli aspetti teorico-clinici della relazione d’oggetto, del transfert e del controtransfert. Una buona comprensione di questi fenomeni costituiva, secondo il suo orientamento scientifico, un punto nodale per migliorare non solo l’efficacia del trattamento psicoanalitico, ma anche la qualità della relazione medico-paziente, ambedue posti di fronte alla malattia fisica. Le caratteristiche peculiari della relazione madre-bambino, fondata sulla reciprocità del loro rapporto, diventano il substrato teorico del suo metodo di formazione dei medici pratici e improntano le dinamiche sperimentate nei gruppi Balint e così la relazione primaria, presa a modello di riferimento, costituisce il suo contributo originale. L’approfondimento del fenomeno delle relazioni oggettuali primarie permette a Balint di estendere questo ‘sapere’ nell’attività di formazione del personale medico avviata in Inghilterra alla fine della guerra. Balint invita i medici ad analizzare quanto lo stato di malattia possa riacutizzare antichi sentimenti, richieste infantili e dipendenza da figure parentali arcaiche ed onnipotenti, alle quali il paziente vorrebbe affidare, per l’interposta persona del medico, la propria salute se non la stessa vita. Questo contribuisce a caricare di significato affettivo il rapporto medico-paziente. Il paziente, per quanto attiene alla malattia, è equiparato ad un bambino in stato di bisogno, ed il medico, risponde in modo differenziato a seconda dei bisogni e delle risorse del singolo paziente che si confronta con il proprio stato di malattia. Per il medico è fondamentale comprendere le comunicazioni del paziente che si esprimono nel linguaggio corporeo tramite sguardi, posture, tono di voce. Il transfert viene definito, in tale relazione, il fenomeno attraverso cui il paziente è portato a trasferire sull’analista, in modo inconsapevole, le caratteristiche delle sue relazioni con le figure di riferimento del suo passato. Balint focalizza l’attenzione sugli aspetti controtransferali della relazione medico-paziente, che sono attivati da quelli transferali. L’analisi del controtransfert è mirato a comprendere i sentimenti e le reazioni derivanti dalla dimensione emotiva dell’analista, che reagisce in base alle proprie vicende esperienziali, alle proprie teorie e alla propria visione del mondo. Queste riflessioni rappresentano una svolta nell’ambito del pensiero medico in quanto allargano gli orizzonti, integrando l’attenzione posta sugli aspetti razionali e scientifici del sintomo e della malattia con i risvolti psicologici della persona malata. In questa prospettiva la malattia assume nuovi significati rappresentando anche il ‘veicolo’ di richiesta d’amore e di attenzione. Il medico, in tale ottica, assume una posizione in primo piano, e diventa il farmaco di gran lunga più usato in medicina” (Balint, 1964).

 

In che modo il medico può imparare a somministrare questo ‘farmaco’? Balint sostiene che, tramite la formazione in gruppo, il medico può essere aiutato a prendere coscienza dei propri processi inconsci, attraverso la libera espressione delle difficoltà professionali incontrate nel rapporto col malato, incidendo favorevolmente sul decorso della malattia. Balint estende anche all’interno delle dinamiche affettive del gruppo due concetti fondamentali: l’importanza dell’ambiente e la qualità primaria della relazione. Invita così i conduttori del gruppo a creare un’atmosfera intrisa di spontaneità di fronte a un “leader non onnipotente”. Si tratta di un’atmosfera in cui ognuno possa parlare senza fretta, mentre gli altri ascoltano con spirito libero e fluttuante, un’atmosfera che permetta certi silenzi e dia ad ognuno il tempo di scoprire ciò che egli intende o vuole veramente dire…” (Balint, 1957).

 

Tale breve nota è tratta dallo scritto di Liana Lampertico: Michael Balint. Lo psicoanalista – Il formatore in Tra sapere e capire, a cura di A. Ferrari, ed. Monti, Saronno 2001

 

Per approfondire: Il Lavoro di gruppo, Michael Balint, Conferenza al Museo della Scienza e della Tecnica di Milano, Ottobre 1965

IBF: International Balint Federation

Formazione

Nell’espletamento della loro professione, i medici di base fanno riferimento, ad un modello basato sull’esame obiettivo di un paziente che raramente viene coinvolto in una collaborazione attiva sia nel momento diagnostico che in quello terapeutico.

Il metodo di insegnamento alla professione medica prevede, oltre ai tirocini clinici, percorsi accademici di base e di specializzazione.

L’informazione
sottende un passaggio di notizie ritenute utili o funzionali in un determinato ambito. E’ quanto avviene tramite i corsi, le lezioni frontali, le presentazioni.

La formazione
significa dare forma, plasmare qualcosa o qualcuno in vista di un particolare obiettivo e richiede la partecipazione dell’interessato: è quanto avviene tramite il Gruppo Balint.

M. Balint aveva ideato un programma di tirocinio, utilizzando tecniche d’addestramento in gruppo, fondato principalmente sull’esame dell’interazione fra medico e paziente e della loro reciproca influenza.

Il gruppo di formazione Balint è il metodo con cui il medico, come agente di cura, riferendo ai colleghi le proprie esperienze con il paziente, offre alla discussione un “materiale costituito dal modo in cui egli utilizza la sua personalità, le sue convinzioni scientifiche, i suoi moduli di reazione automatici” (M. Balint). Nel gruppo ‘allocentrato’ il materiale psicologico, oggetto di discussione, è esterno al gruppo stesso; il lavoro è infatti finalizzato a comprendere ciò che avviene al di fuori del gruppo fra il medico (portatore del caso concreto alla discussione di gruppo) e il suo paziente. Attraverso la discussione di casi concreti, viene sottolineato e valorizzato il recupero degli affetti e delle emozioni.

Il contenuto fondamentale della formazione  “si può sintetizzare nell’aiutare il medico a diventare consapevole dell’interazione affettiva esistente col paziente per giungere alla comprensione globale dello stesso, comprendendone anche le eventuali difficoltà  emotive presentate attraverso i sintomi fisici”  (S. Rusconi, 1992).

Per approfondire: Ferrari A., Il gruppo Balint “classico”, in Tra sapere e capire, ed. Monti 2001

Nel Gruppo Balint non si viene informati su quali possano essere le strategie per diventare un ‘buon medico’ ma si iniziano a ‘sentire’, grazie alla discussione del gruppo, quali possano essere le difficoltà  che non favoriscono un valido esercizio della professione ed a riconoscere le risorse personali che possono permettere di attivarlo.

 

Il metodo di formazione dei Gruppi Balint

Presupposti teorici
L’intento di Balint, come motivazione di base, fu di realizzare l’auspicio di Freud manifestato nel Congresso di Budapest del1918 (S. Freud “Vie della terapia analitica” in Bollati Boringhieri 1989 voI. IX) circa la possibilità che in futuro la psicoanalisi potesse estendersi molto al di là della pratica clinica classica. In quell’intervento Freud fece riferimento alla necessità di pensare a nuove forme di psicoterapia psicoanalitica che, affiancate all’analisi classica, avrebbero consentito di poter ampliare il raggio terapeutico d’azione, rendendo possibile la presa in carico della sofferenza psichica di un numero molto maggiore di persone, comprendente anche molti di coloro che per ragioni socio-culturali non avrebbero potuto usufruire del trattamento analitico classico.

L’intuizione originale di Balint (M. Balint “Psychoanalysis and Medical Practice” Int J. Psa. 1966 47 pp 54-62) fu di integrare la propria esperienza di didatta (cioè di formatore di futuri analisti) nel mettere a punto un peculiare metodo formativo per medici generici, con l’intento di completare la preparazione professionale acquisita durante gli studi universitari, favorendo lo sviluppo delle potenzialità psicoterapeutiche insite nella pratica della medicina generale. Questo fine era, secondo Balint, raggiungibile attraverso la nuova consapevolezza e l’attenta focalizzazione di un aspetto fondamentale della professione medica: quello inerente la corretta e consapevole gestione, ai fini diagnostici che terapeutici, della relazione di cura, all’interno della quale ogni intervento medico ha luogo.

Concezione ben diversa e che mi preme evidenziare da subito per eliminare un errore frequente che tende a confondere il progetto Balint con la medicina psicosomatica. Dalla quale invece va tenuto ben distinto, per non incorrere in quella confusione di ambiti che, tendendo a sovrapporre le due diverse concezioni, è all’origine di quel caos interpretativo che si traduce in proposte di pratiche formative definite come “gruppi Balint”, ma che si discostano assolutamente dal principio ispiratore di Balint come pioniere della formazione per medici di base. (S. Rusconi “L’addestramento al rapporto medico malato” in Ruolo Teraperutico n. 3 1973.

Balint guarda alla malattia come al risultato di complesse interrelazioni tra corpo, mente ed ambiente, inteso quest’ultimo sia in senso fisico che psicologico, come insieme di rapporti e di scambi sia materiali che interpersonali e sociali. In tale prospettiva il compito della cura non va visto come rivolto esclusivamente al riconoscimento di una determinata eziopatologia ed al conseguente trattamento terapeutico volto a ripristinare un equilibrio organico alterato dallo stato morboso di cui è portatore il soggetto, ma sempre anche come un aiuto offerto ad una persona, considerata nella sua globalità, che si trova in una situazione problematica e complessa all’interno della quale agiscono vari fattori, fra i quali quelli psicologici ed affettivi spesso hanno un peso rilevante, talvolta già nella genesi della malattia o nel suo decorso, tal’altra come fattori secondari o concomitanti.

Se la malattia non viene intesa solamente come un’alterazione organica ma viene osservata anche nelle sue imprescindibili componenti psicologiche ed emotive, risulta evidente ed ovvio che proprio al medico curante venga richiesto di sapersi occupare con competenza anche di questi aspetti che hanno tanta influenza nello stato morboso del paziente. La figura del medico risulta così essere necessariamente comprensiva anche di un versante psicoterapeutico che Balint ritiene molto importante nella preparazione del medico.

Con i suoi gruppi di formazione per medici Balint ha cercato di sviluppare le potenzialità psicoterapeutiche intrinseche nella professisone medica venendo in tal modo a colmare quella che si presentava come una lacuna persistente nella preparazione degli studi universitari. Balint – e questa è l’originalità e la validità della sua ipotesi – rivaluta la funzione del medico generico. Balint definisce per il medico curante una sua specifica area d’intervento che deve restare nettamente distinta, per evitare indebite invasioni di campo od arbitrarie sovrapposizioni con altre precise figure professionali quali psichiatri, psicoanalisti e psicologi. Propone come figura primaria di riferimento il medico, sia perché immediatamente e assai più facilmente accessibile degli specialisti della psiche, sia perché a diffusione capillare nel territorio e sia perché, di fatto, il suo ruolo si presta ad essere investito proiettivamente come figura d’autorità o d’aiuto da parte dei pazienti.

Il lavoro dei Gruppi Balint è centrato proprio sull’obiettivo di migliorare la capacità di curante, in senso globale, del medico ed offre la possibilità di accrescere e potenziare le capacità terapeutiche che vengono messe in azione nell’incontro con i pazienti sia in quelli nei quali la componente psicologica è predominante sia in quelli nei quali lo è quella organica.

 

Miró, Puer aeternus

 

Cenni storici
Il riconoscimento che in tutte le branche della medicina i fattori psicosociali sono spesso altrettanto importanti di quelli biologici è oggi un dato acquisito. Storicamente gli studi sulle implicazioni psicologiche nella pratica medica hanno preso l’avvio, nel dopoguerra, con i Seminari organizzati da Balint come gruppi alla Tavic di Londra dopo la constatazione del fallimento della preparazione psicologica del medico con i metodi tradizionali d’insegnamento.

La sua idea di base fu di elaborare un programma di tirocinio, utilizzando tecniche d’addestramento in gruppo, fondato principalmente sull’esame dell’interazione fra medico e paziente e della loro reciproca influenza. Dalle prime osservazioni Balint fu in grado di impostare l’obiettivo principale della ricerca: “il nostro scopo era un esame il più possibile completo del sempre mutevole rapporto medico-paziente, lo studio cioè della farmacologia del farmaco medico; ma si trattava anche di mettere a punto un metodo che consentisse nella realizzazione di tre compiti diversi sebbene collegati: studiare le implicazioni psicologiche nella pratica medica, preparare i medici a questo fine, creare un metodo di formazione idoneo”.

Il frutto della sua ricerca è appunto quel metodo di addestramento di gruppo, sotto la guida di uno psicoanalista, che si rivelò valido strumento e che Balint desiderò diffondere sia attraverso le sue pubblicazioni sia attraverso diversi Seminari dimostrativi tenuti in diversi Paesi d’Europa, al fine di sensibilizzare i colleghi con responsabilità di formatori.

Anche in Italia la formazione psicologica del medico centrata sul rapporto con l’ammalato è uscita dalla fase di pionierismo ( S. Rusconi “Formation psychologique et Groupe Balint” in Revue Méd. Psychosom. et Psych. Mèd. voI. 2,1969) e sta cominciando ad interessare un sempre maggior numero di operatori in campo sanitario. In questi ultimi tempi si assiste ad un fiorire di iniziative etichettate genericamente come attività Balint anche se alcune di esse si allontanano dalla proposta metodologica di questo pioniere della formazione psicologica.

Dalle nuove prospettive emerse dalla ricerca di Balint è scaturito un movimento culturale molto vasto che ha avuto rapida diffusione e che a sua volta ha dato luogo a diverse applicazioni ma sovente anche a diverse e talora fuorvianti interpretazioni. Quasi contemporaneamente a Balia, e comunque ispirate da lui, esperienze analoghe ebbero luogo in diversi Paesi europei conoscendo una rapida diffusione ed interessando le più svariate categorie d’operatori. L’attività di formazione che ne è scaturita presenta le caratteristiche di tutte le innovazioni: mentre l’interesse è universale anche perché risponde ad esigenze reali, le sue applicazioni pratiche e le attività derivate sono tumultuose e non uniformi. La sua stessa caratteristica di metodo per l’affinamento di una nuova dimensione terapeutica, centrata sull’uomo malato in rapporto con il suo medico, la espongono al rischio di manipolazioni e di errate utilizzazioni che possono addirittura risultare deleterie e comprometterne la validità. (S. Rusconi “La formazione al rapporto interpersonale” Il ruolo Terapeutico n. 271981).

Esiste ormai una letteratura vasta sui metodi di conduzione di questo gruppo di discussione, sugli scopi, sugli inconvenienti di questo tipo di preparazione, sui pericoli insisti nella stessa prefazione per certe personalità, sui problemi riguardanti la formazione dei formatori che sono il frutto degli anni degli incontri periodici tra i Formatori dei diversi Paesi prevalentemente europei, organizzati in seminario residenziale a numero ristretto per poter svolgere un lavoro in gruppo.

 

Gruppi di formazione e ricerca di Michael Balint
Il metodo di formazione che M. Balint ha proposto per i medici è uno dei contributi di maggior interesse e rilievo che indirettamente la plicoanalisi ha contribuito a dare per la medicina. Infatti Balint pensò di trasferire la sua esperienza di supervisore di psicoanalisti in formazione nel suo lavoro con i medici. L’idea originale fu di elaborare un programma  di addestramento basato principalmente sull’esame dell’interazione medico-paziente e della reciproca influenza dei due soggetti coinvolti nell’interazione stessa.

L’accento, quindi, era posto sulla relazione ed in particolare, e questa era la novità, sul coinvolgimento dell’operatore. Si faceva così sperimentare al medico un’angolazione di osservazione diversa, centrata non più solo sul paziente o sul suo sintomo ma anche o soprattutto sull’osservatore, cioè sul medico.

Come egli scrive: “il nostro scopo era un esame il più possibile completo del sempre mutevole rapporto medico-paziente, ossia lo studio della farmacologia del farmaco medico“. (M. Balint 1960). Questa la grande novità che ampliava il campo d’osservazione e che introduceva una variabile che non era mai stata considerata fino ad allora. (S. Rusconi “Aspetti relazionali della terapia farmacologica” cap. 2 de “II Medico, il Paziente e le loro medicine” Franco Angeli ed. 1986).

Senza voler entrare nella descrizione particolareggiata di quelle che sono le caratteristiche tipiche di questi scambi della relazione medico-paziente voglio soltanto ricordare il rapporto sbilanciato che pone il paziente in una condizione di dipendenza dal medico, situazione che tende proprio per sua specificità a far riaffiorare antichi conflitti irrisolti con le figure significative dell’infanzia. La condizione stessa della malattia che almeno rappresenta sempre una minaccia, sia pur minima, all’integrità fisica della persona, di per sé determina una spinta regressiva a tipi di rapporti di dipendenza infantile da figure desiderate o temute totipotenti.

È pertanto indispensabile che Il medico riconosca, nella situazione di scambio, gli atteggiamenti sia consci che inconsci del paziente ed anche i controatteggiamenti, sia consci che inconsci, propri.

All’origine dei giudizi irrazionali e dei comportamenti ambivalenti nei confronti della medicina, in generale da parte del pubblico, vi sono proprio queste dinamiche affettive inconsce. A loro volta i medici rispondono a queste “proiezioni” il più delle volte colludendo inconsciamente ed entrando quindi in un inconscio coinvolgimento affettivo che può danneggiare pesantemente l’efficacia della prestazione medica. Il ruolo del medico è stato istituzionalizzato e ritualizzato nella pratica con una serie di modalità d’approccio al malato finalizzate a rinforzare la figura di autorità scientifica che la società gli attribuisce e che in generale i pazienti per lo più richiedono.

È dunque di fondamentale importanza che il medico diventi consapevole della dinamica sottostante per non correre il rischio di identificarsi con una figura fantasmatica e soprattutto per non approfittare della situazione a proprio vantaggio ma a scapito del bisogno d’aiuto del paziente.

Severino Rusconi
Libretto 1998, suppl. speciale Bollettino n. 5 dell’AMIGB