Ieri, 11 giugno 2016, sotto l’egida del Nodo-group e della Scuola romana Balint analitica si è svolto a Roma un convegno che per l’ennesima volta ha messo in risalto in maniera nitida ed esaustiva la validità della metodica dei gruppi Balint nel sostenere emotivamente quanti “curano” o più in generale sono impegnati in una “helping profession”. Gli interventi dei relatori (tra cui il nostro presidente Mario Carli) sono stati tutti di grande spessore ed interesse e la giornata è volata via in un’atmosfera rilassata,istruttiva e piacevole.
Tutto bene quindi?
Tutto bene se non fosse per il fatto che ancora una volta si è stati costretti a constatare come la metodica balintiana, a differenza di quanto accade in altre nazioni, stenti a diffondersi e ad affermarsi su tutto il territorio italiano,con l’eccezione di poche realtà locali.
In effetti ci troviamo difronte ad una situazione paradossale in cui un gruppo di conduttori formati e preparati e uno stuolo di operatori sempre più numeroso e sempre più minacciato di cadere preda della sindrome del “burn-out” non riescono a trovare un punto di contatto, un terreno comune in cui incontrarsi e confrontarsi.
E’ come se si parlasse due lingue diverse e non si riuscisse a comprendersi. Paradigmatico in questo senso è stato il gruppo Balint dimostrativo a cui ho partecipato che era incentrato proprio su una difficoltà di comunicazione linguistica tra gli operatori sanitari e i genitori peruviani di una piccola ricoverata con il conseguente senso di frustrazione e il cedimento a sentimenti aggressivi da parte degli stessi sanitari.
Come sventare allora il pericolo che la pratica del metodo balintiano continui ad essere un fenomeno di nicchia e non riesca ad intercettare una domanda sommersa molto pressante e molto diffusa anche se quasi del tutto inconsapevole?
Fondamentalmente, a mio parere, lavorando secondo due direttrici.
Una è quella di moltiplicare le occasioni di incontro e confronto tra le varie realtà locali come è avvenuto ieri,magari istituendo un forum balintiano permanente, in modo da fornire una comunicazione chiara, coerente ed efficace sul nostro modus operandi.
L’altra,quella forse più complicata, deve fare appello alla nostra resilienza (pazienza e resistenza) e alla nostra capacità di “ascoltare” nel tentativo di decifrare tra i sussurri e le grida dei “curanti” il senso vero della loro richiesta. Analizzando il contesto in cui operano. Cercando di studiare la loro lingua. Sforzandosi di evitare di imporre e di calare dall’alto delle interpretazioni brillanti quanto premature e inefficaci del loro disagio.

Antonio Frunzio

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